venerdì 20 marzo 2015

La produzione indiretta

traduzione di Tommaso Cabrini

(Da Kapital und Produktion di Richard von Strigl Cap.1)



Il lavoro può essere utilizzato in produzioni il cui obiettivo è il prodotto finito. Un buon esempio, citato ripetutamente sin dai tempi di Wilhelm Roscher, è la nazione di pescatori che impiegano direttamente il loro lavoro allo scopo di catturare pesci. Questo lavoro raggiungerà un livello più alto di produttività se i pescatori fossero in grado di produrre una barca e l’attrezzatura da pesca. In questo caso, il lavoro deve prima essere utilizzato allo scopo di realizzare questi “prodotti fattori di produzione”, ma la ricompensa per questo impiego sarà un accrescimento della resa. L’epicentro di questo processo è stato individuato (Jevons e Bohm-Bawerk) nella combinazione tra lavoro e frutti della natura (risorse naturali), che vengono convogliati in un metodo di produzione indiretto, che richiede tempo per essere portato a termine.

Nel nostro esempio, i pescatori affrontano la sfida di incrementare la produzione. Questo incremento può essere raggiunto impiegando più lavoratori: se la popolazione aumenta ci si può aspettare che (data una sufficiente popolazione ittica) l’incremento delle braccia a disposizione porti anche un maggiore pescato. Comunque, nello scegliere un metodo di produzione indiretto ci stiamo occupando di un altro modo di incrementare la produzione, mantenendo il numero di lavoratori immutato. Il lavoro ora non viene più utilizzato direttamente per la produzione immediata, allo scopo di ottenere un prodotto finito, viene invece reindirizzato ad un metodo di produzione indiretto. Il lavoro viene prima usato per realizzare i fattori di produzione, poi con l’aiuto di quest’ultimi, e di lavoro addizionale, si otterrà il prodotto finito. Sebbene questo metodo di produzione porti ad un incremento dei frutti rispetto alla produzione immediata, sarà necessario far trascorrere un periodo di tempo più lungo tra l’impiego iniziale di lavoro e l’ottenimento definitivo del prodotto finito. Non solo ai giorni nostri, ma fin da quando l’uomo è emerso dalla primitiva civilizzazione, praticamente ogni processo produttivo è stato eseguito utilizzando un metodo indiretto; difficilmente qualunque cosa gli uomini mangino o utilizzino avrebbe potuto essere ottenuta senza metodi di produzione indiretti.

mercoledì 11 marzo 2015

Nessuna nuova dal fronte venezuelano

Di Tommaso Cabrini

Dopo la lunga carenza di carta igienica (oltre che di altri beni di prima necessità), pare che a Caracas si sia presa la decisione di schedare le impronte digitali di chi si reca nei supermarket, in modo da poter attuare meglio il razionamento deciso dal governo.

Il primo fatto impressionante è che un paese ricco di petrolio come il Venezuela sia ridotto letteralmente alla fame. Nessuno stupore per i lettori del nostro blog, d'altro canto come diceva Friedman se il socialismo governasse "il deserto del Sahara, entro quatto anni esaurirebbe la sabbia".
In fondo già quasi un secolo fa Ludwig von Mises ci ha descritto perchè un sistema socialista è inevitabilmente destinato, alla scarsità, alla povertà e, infine, al fallimento.

Secondo fatto, che sempre non stupirà nessuno: la mancanza di libertà economica conduce ad una minore libertà personale. In un sistema socialista, l'unico modo per far andare avanti ancora un po' la barchetta, con lo scafo pieno di buchi, è distruggere la libertà individuale, schedando tutta la popolazione con la (assurda) motivazione di razionare le risorse.

venerdì 6 marzo 2015

I fattori di produzione


Introduzione di Tommaso Cabrini

Richard von Strigl è stato uno dei più importanti economisti austriaci del periodo interbellico. Pur essendo pressochè sconosciuto in Italia, è stato un personaggio fondamentale nella storia economica viennese. Al suo funerare Friedrich Hayek disse: “con la sua morte scompare la figura nella quale le speranze di preservare la tradizione di Vienna, come centro di insegnamento economico e futura rinascita della ‘Scuola Austriaca’, sono state a lungo riposte.

Con un po’ di ricerca e di lavoro di traduzione vi propongo qualche capitolo del libro più influente di von Strigl “Kapital und Produktion”, un sapiente lavoro nel quale ha saputo coniugare la teoria della produzione di Eugen von Böhm-Bawerk con la teoria del ciclo economico di Ludwig von Mises.



lunedì 24 novembre 2014

Mozart era un comunista


di Tommaso Cabrini



Mozart era un comunista (Mozart was a red, in lingua originale) è una breve commedia teatrale in un unico atto scritta da Rothbard per raccontare il suo incontro avvenuto con Ayn Rand. Ovviamente i nomi sono stati interamente cambiati.
L’opera non è mai stata rappresentata ufficialmente, anche se in rete si trova qualche rappresentazione amatoriale (se non ricordo male ce n’è addirittura una interpretata da un giovane Jeffrey Tucker). Leggendo il copione si capisce, comunque, che l’opera non nasce per essere rappresentata, alcuni punti sono impossibili da rendere a teatro, e nel complesso è molto breve. Si tratta solo di un escamotage originale per raccontare, drammatizzandolo, un evento realmente accaduto, ironizzandoci su.
Il testo è piuttosto breve ma è permeato da un umorismo pungente di un livello abbastanza alto (qualcuno ha parlato di commedianti ebrei?), basato spesso sull’assurdo: ad una prima visione non è facile seguire i discorsi fatti da Carson Sand e dai suoi fedelissimi.
Non mi resta che lasciarvi nelle mani di Rothbard.

martedì 16 settembre 2014

The Scottish independence referendum




di Luigi Angotzi 
                                                                                   
                                                                                    (English version) 


The following is not meant to be the usal heartfelt appel, made shortly before a vote to convince undecided voters to lean in favor. This is meant to reason with the idea of responsability.

First ew need to look at how we got here.
Over the years I have learned that democracy is not necessarily synonymus with peace, freedom, well-being and indeed most of the time it is a tool that stifles rather promotes these issues. And often when dissent arrises the State interferes inappropriately causing hostility and conflict.


The Scottish referendum for indipendence is a great opportunity to counter these issues.
And more then anything it is a chance for the Scottish people to express their view peacefully and gain full recognition as individuals; 
until today they have lived as a "de facto" Nation, denied the existence of a differnt culture, language and customs.
(And if the Scots decide to remove their own politic-burocratic apparatus in favor of voluntary relations between free subjects it would be even better.)

lunedì 1 settembre 2014

Scozzesi al voto il 18 settembre: beati loro

di Paolo Amighetti
Il 18 settembre, gli scozzesi saranno chiamati alle urne. Finalmente. Il referendum è in programma da due anni; e da mesi si susseguono previsioni, stime, sondaggi sull'orientamento (altalenante) dell'elettorato. Fino a qualche tempo fa, era data del tutto per scontata la vittoria dei "No" alla piena indipendenza da Londra, nonostante la caparbietà del separatista Scottish National Party; ma le ultime rilevazioni danno in rimonta i "Sì", vicini al 42% e non troppo distanti dal 48% degli unionisti. Se Braveheart conquistasse l'11% degli indecisi, il First Minister scozzese Alex Salmond diverrebbe Primo ministro di una Scozia indipendente. Ma è ancora troppo presto per fare previsioni: la caccia al voto è ancora aperta, e aperto è il dibattito sui pro e i contro del  "sì" e del "no".

sabato 5 luglio 2014

Intervista a Vito Foschi autore del libro "Piccolo Manuale della Libertà"


di Luigi Angotzi



Qualche mese fa è uscito sul mercato un libro dal titolo "Piccolo Manuale della Libertà" ad opera di Vito Foschi per Leomedia editore.
( link al download http://www.lionmedia.it/shop/?prodotto=piccolo-manuale-della-liberta )
Incuriosito, sono andato sul sito dell'editore e ne ho scaricato la versione PDF, da subito mi sono accorto che in realtà è un "grande" manuale perché espone in modo chiaro le principali tematiche liberali/libertarie con tanti esempi e di conseguenza la lettura ne risulta scorrevole sia per i più giovani che si avvicinano a questi argomenti sia per chi giovane non lo è più e vuole lo stesso approfondire queste tesi.

Il libro è strutturato in modo da affrontare i più svariati argomenti offrendo sempre una chiave di lettura agevole per il lettore e dandogli informazioni utili per conoscere cosa e come operi il pensiero liberale/libertario e mettendolo in guardia da come questo viene distorto a favore di tesi Stataliste. Il Manuale infatti dimostra con rigore scientifico tutti gli artifici posti in essere nel tempo dagli "avversari" della libertà per mettere questi pensieri in cattiva luce ed indottrinare i consociati con argomentazioni socialiste frutto di imbrogli ed ignoranza diffusa.

Alla stesura dell'opera ha contribuito anche Giacomo Zucco scrivendone l'introduzione.

Di seguito troverete le risposte alle domande che ho posto all'autore del libro Vito Foschi.

Buona lettura!

mercoledì 26 marzo 2014

Le alternative all'inganno del "Contratto Sociale", città e strade private [Seconda Parte]

link alla Prima Partehttp://roadliberty.blogspot.it/2014/03/le-alternative-allinganno-del-contratto.html

Le Turnpike e le Strade a Pedaggio negli Stati Uniti del Diciannovesimo Secolo.  

Daniel B. Klein, Santa Clara University e John Majewski, University of California – Santa Barbara   

Traduzione di Tommaso Cabrini



Le turnpike sono aziende commerciali private che costruivano e mantenevano una strada a fronte del diritto di riscuotere una tariffa dai viaggiatori[1]. I resoconti della rivoluzione dei trasporti del diciannovesimo secolo trattano spesso le turnpike come un semplice preludio ad infrastrutture più importanti, come canali e ferrovie. Le turnpike, invece, lasciarono un’importante impronta sociale e politica nelle comunità che ne supportarono la nascita. Nonostante le turnpike raramente abbiano distribuito dividendi o altre forme di profitti diretti, riuscirono comunque ad attrarre sufficienti capitali da migliorare sia l’estensione che la qualità della rete stradale degli Stati Uniti. 

La costruzione di strade private si sviluppò ad ondate che attraversarono tutto il diciannovesimo secolo e l’intera nazione, con un numero totale compreso tra 2.500 e 3.200 società che riuscirono con successo a finanziare, costruire e mantenere in funzione le loro strade a pedaggio. In particolare ci furono tre importanti periodi nell’era della costruzione delle strade a pedaggio: il periodo delle turnpike degli stati orientali dal 1792 al 1845; il boom delle plank road dal 1847 al 1853; e le strade a pedaggio del far west dal 1850 al 1902. 

Il periodo delle turnpike, 1792-1845


Prima del 1792 gli statunitensi non hanno avuto alcuna esperienza diretta di turnpike private; le strade venivano costruite, finanziate e gestite principalmente dalle amministrazioni comunali. Solitamente la cittadinanza veniva sottoposta ad una tassa per i lavori stradali. Lo Stato di New York, per esempio, impose a fronte di una multa di un dollaro, ad ogni maschio idoneo, di lavorare alle strade un minimo di tre giorni all’anno. La richiesta poteva essere evitata se il lavoratore avesse pagato 62,5 centesimi per ogni giorno. Trattandosi di lavori pubblici gli incentivi erano scarsi, perché le attività non erano riconducibili ad un proprietario di ultima istanza – un proprietario privato che abbia diritto ai profitti e alle perdite generate. I lavoratori erano reclutati in via transitoria e senza stabile organizzazione. Poiché i capisquadra e i lavoratori erano solitamente agricoltori, troppo spesso le tempistiche agricole, anzichè il deterioramento delle strade, determinavano la programmazione dei lavori di riparazione. Ad eccezione di alcuni casi di stanziamenti specifici, il finanziamento proveniva principalmente dalle multe e dalle tariffe di esonero pagate dai cittadini. I commissari stradali difficilmente potevano pianificare importanti miglioramenti. Quando una nuova necessaria connessione passava attraverso nuovi territori non ancora colonizzati diventava particolarmente difficile trovare manodopera, poiché l’obbligo poteva essere imposto solo nel medesimo distretto di residenza del lavoratore. Siccome le aree di lavoro erano suddivise in distretti sorgevano problemi di coordinamento tra le diverse giurisdizioni. La condizione delle strade fu sempre inadeguata, come spesso riconobbero pubblicamente vari governatori di New York (Klein e Majewski 1992, p.472-75).

giovedì 20 marzo 2014

Le alternative all'inganno del "Contratto Sociale", città e strade private

Premessa
 
di Luigi Angotzi


Lysander Spooner, anarchico statunitense di metà '800, muoveva le sue critiche al "regime democratico" facendo una disamina al concetto di "Contratto Sociale", già anticipato dagli scritti di metà '700 dall'illuminista elvetico J.J. Rousseau.
 Spooner sosteneva attraverso un ragionamento prettamente giuridico la non validità dei Governi, dello Stato e delle Leggi.

Difatti, le Carte Costituzionali adottate dagli Stati come documenti che vincolavano il popolo "Ab aeterno" possono essere annoverate nella categoria dei "contratti".

Le costituzioni, se mai dotate di legittimità, sono state ratificate da individui (solo taluni ne accettavano il contenuto ma mai la totalità di essi) ormai deceduti e quindi è inammissibile che esse vengano ritenute ancora valide, proprio perché parte dei contraenti non esistono più.

Spooner approfondisce il concetto dimostrando anche come tali contratti, vengano raramente rispettati e quindi, proprio per inadempienza, dovrebbero ritenersi "non più validi" (risoluzione per inadempimento).

A partire da questi ragionamenti egli afferma che «le Nazioni, i Governi e Gli stati non hanno legalità alcuna e che i giuramenti sulla Costituzione non hanno validità giuridica».

martedì 14 gennaio 2014

Uscita dall’euro? Domande & risposte



di Tommaso Cabrini e Andrea Benetton


Articolo originariamente pubblicato su The Fielder (http://thefielder.net/10/12/2013/uscita-dalleuro-domande-risposte/)
 
L’articolo «Una soluzione monetaria per l’Europa» ha avuto un buon successo e sviluppato un interessante dibattito in Rete. Come autori, ci sembra doveroso rispondere alle critiche dei lettori sviluppatesi sia su The Fielder sia sui molti blog e testate su cui è stato rilanciato l’articolo.

Q — Il «portafoglio» di monete assomiglia piú a un incubo ricorsivo da Alice nel Paese delle Meraviglie (cioè l’Italia) che a una realtà economica. Oltre al casino già ai limiti dell’impossibile nella scelta tra prodotti concorrenti, ci manca quello della scelta tra monete concorrenti con cui pagare, magari in mix

A — Una delle obiezioni piú comuni ai processi di mercato in concorrenza è proprio questa. Il pericolo di complicare un sistema all’apparenza semplice, di stampo socialista: un solo fornitore (lo Stato) e un solo prodotto (nel nostro caso l’euro, ma si può adattare a qualunque altra merce). Quasi di certo, il sistema si complicherebbe in un primo tempo. Nuove monete sorgerebbero in quantità; ma molte di queste sarebbero infine soppresse dal mercato, a favore d’un piccolo paniere di monete considerate migliori dagli utenti. Rimarrebbe quindi un sistema con un piccolo gruppo di monete in concorrenza. All’apparenza il sistema si complica: piú monete tra cui scegliere, con diverse caratteristiche. Tuttavia, la libera scelta porta obbligatoriamente verso un sistema monetario piú trasparente, senza un monopolista che goda di rendite di posizione — tutti fattori che darebbero ai cittadini la possibilità d’arricchirsi di piú e meglio, di raggiungere al meglio i propri fini. Senz’altro, la scelta per l’acquisto d’un’automobile (per far un esempio di merce altamente complessa) è molto difficile: ben pochi hanno tutte le informazioni e le competenze necessarie per scegliere senza fare lunghe ricerche — ma non per questo preferiremmo poter guidare solo la Trabant.

lunedì 4 novembre 2013

Sostieni il Tea Party Italia (da oggi anche con i Bitcoin)

( Articolo già pubblicato sul blog  http://www.teapartyitalia.it/ )

Il movimento Tea Party Italia non riceve alcun tipo di finanziamento dal sistema politico: da sempre vive e opera grazie alle donazioni dei militanti e alle risorse che i produttori di ricchezza decidono di “investire” in esso per garantirsi un’ultima difesa contro la casta parassitaria. Da qualche giorno potete notare, nella pagina delle donazioni, istruzioni per un nuovo metodo che si affianca a quelli tradizionali: la donazione in Bitcoin.

Il protocollo Bitcoin rappresenta un esperimento estremamente innovativo: la creazione di una valuta digitale, distribuita, open source, basata sul sistema di crittografia a due chiavi, non inflazionabile e completamente privata, indipendente dalle interferenze arbitrarie di politici, burocrati, governi e banche centrali.

La scelta di Tea Party Italia di divenire il primo e ad oggi unico movimento in Italia che accetta donazioni in Bitcoin è dettata senza dubbio da motivi di praticità: i trasferimenti in Bitcoin sono un processo semplice, istantaneo, rispettoso della privacy e virtualmente gratuito a livello di commissioni. Ma la scelta è anche dettata da una presa di posizione ideale: quella a favore della concorrenza in campo monetario. Spieghiamoci meglio:

martedì 29 ottobre 2013

La Moneta Merce di Sintesi [terza e ultima parte]


di George Selgin (traduzione di Tommaso Cabrini)

Bitcoin

Da quando Friedman propose la sua regola monetaria controllata da computer, gli avanzamenti nella tecnologia informatica non hanno semplicemente reso la sua versione di una moneta merce di sintesi possibile. Tali avanzamenti hanno portato alla creazione di una vera moneta merce di sintesi –sebbene sia una moneta privata digitale o “cyber currency”, invece di una moneta cartacea autorizzata dallo Stato- il cui stock totale cresce automaticamente, sebbene ad un ritmo destinato a scende a zero, trasformandola in una moneta di sintesi anelastica. La moneta, il Bitcoin, è stato introdotto nel 2009.

Secondo Grindberg (2012, p.163) i “blocchi” di Bitcoin vengono generati dai “minatori” risolvendo un problema matematico, con le dimensioni dei blocchi e la difficoltà del problema in progressivo adattamento, in modo da mantenere il ritmo di emissione di Bitcoin all’interno della tabella di marcia fissata come mostrato nella successiva tabella:

lunedì 21 ottobre 2013

La Moneta Merce di Sintesi [seconda parte]

di George Selgin (traduzione di Tommaso Cabrini)



La Moneta Merce di Sintesi

L’inadeguatezza della dicotomia tradizionale tra moneta fiat e moneta merce diviene evidente dopo aver considerato come le definizioni convenzionali di ciascun tipo di moneta si riferiscano non ad una ma a due distinte caratteristiche : una moneta merce ha un valore d’uso non monetario e risulta naturalmente o inevitabilmente scarsa; una moneta fiat non ha valore d’uso non monetario e la sua scarsità è solo pianificata.
Queste definizioni in due parti suggeriscono che la solita dicotomia rappresenta solamente metà delle possibili (anche se non necessariamente pratiche) tipologie di basi monetarie, come illustrato dalla seguente matrice:

giovedì 10 ottobre 2013

La Moneta Merce di Sintesi [prima parte]


di George Selgin (traduzione di Tommaso Cabrini)

Quanto segue è un estratto dal paper di George Selgin "Synthetic Commodity Money"


Le Basi Monetarie Convenzionali

L’effettivo controllo della massa monetaria è, fondamentalmente, questione di stabilire uno standard che sia in grado di regolare la crescita della moneta in modo coerente con il mantenimento della complessiva stabilità macroeconomica. La natura del sistema bancario può avere riflessi sulla capacità di espansione della base monetaria per far fronte ai bisogni di un’economia. Ma lo standard monetario ideale è quello in grado di dare una relativa stabilità a fronte delle innovazioni bancarie.

Di conseguenza, la ricerca di una base monetaria “ideale” ha attratto a lungo gli economisti monetari. Solitamente la ricerca è partita dal presupposto che tutte le basi monetarie ricadano in due categorie: la moneta “merce” e la moneta “fiat”. Tuttavia, l’analisi degli attributi convenzionalmente assegnati a queste tipologie, suggerisce che questa dicotomia convenzionale sia fuorviante, se non addirittura falsa, poiché distoglie l’attenzione da una serie di potenziali basi monetarie, le cui caratteristiche sono tali da renderle particolarmente idonee a formare le fondamenta di regimi monetari che si dimostrino sia macroeconomicamente stabili sia di robusta costituzione.

giovedì 3 ottobre 2013

Una soluzione monetaria per l’Europa

di Andrea Benetton* e Tommaso Cabrini

Articolo originariamente pubblicato su The Fieldler 

uscita euroLa questione dell’uscita d’un Paese membro dall’euro è un tema ricorrente nel dibattito politico degli ultimi anni. In Italia, trova il consenso di chi vorrebbe ridare competitività al Paese attraverso una svalutazione competitiva, evitando cosí d’operare quelle riforme strutturali che spesso hanno implicazioni sociali. Si tratta d’una tesi che ha fatto largamente breccia nell’accademia italiana, supportata da professori come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, e che raccoglie oggi consensi in una parte dell’elettorato non solo di sinistra.

Chi si riconosce nel libero mercato fino a oggi s’è trovato costretto a una difesa d’ufficio dell’euro, in chiave di contrapposizione alle posizioni dei keynesiani e dei sostenitori della Modern Monetary Theory. Le argomentazioni portate contro sono le piú varie, dal fatto che la svalutazione competitiva avrebbe effetti inflazionistici per un Paese importatore di materie prime come l’Italia alla constatazione che l’uscita dall’euro darebbe le chiavi della moneta alla politica italiana, che le userebbe per emettere moneta per pagare le spese correnti dello Stato anziché risanare il bilancio e tagliare gli sprechi del settore pubblico.

È, però, una posizione di difesa di retroguardia, che mette da parte le critiche che economisti di libero mercato quali Milton Friedman e Friedrich Hayek avevano preventivamente mosso al progetto della moneta unica europea, che ritenevano un progetto tutto politico-costruttivista con deboli fondamenta economiche. Peraltro, delle debolezze (da un punto di vista del libero mercato) dell’euro e piú in generale dell’Unione Europea ho già parlato in quest’articolo, cui vi rimando.

Il vero punto ignorato dai piú impegnati nel concettualizzare è che la realtà, con la sua complessità – che l’analisi economica cerca, con le sue umane imperfezioni, di comprendere –, alla fine prevale sempre sulla volontà della politica. Se l’euro è costruito su fondamenta d’argilla – e secondo gli autori lo è –, è solo questione di tempo prima che i fondamentali economici producano situazioni sui mercati e di retroazione negativa nell’àmbito politico che porteranno alla disgregazione della costruzione europea e dell’euro quale suo principale strumento. Fare difesa di retroguardia – come fa oggi gran parte del mondo liberale – è, in uno scenario di questo tipo, la peggiore delle strategie possibili. Si viene risucchiati nell’affondamento di qualcosa che le migliori menti liberali avevano già condannato senz’appello prima che fosse implementato. La politica delle svalutazioni competitive con una «neoliretta» diventerà quindi una profezia che s’auto-avvera.

giovedì 26 settembre 2013

Liberty Bell



 di Tommaso Cabrini



Ultimamente il nostro piccolo blog ha subito un periodo di silenzio forzato. Purtroppo la redazione segue numerosi, forse troppi, progetti, oltre a doversi guadagnare il pane quotidiano o a proseguire gli studi. Per questi motivi in questi due mesi di vuoto ci siamo dedicati alle vacanze (meritate secondo noi), agli esami universitari e al superlavoro in ufficio post rientro.

Questo ci ha tenuti zitti anche durante il compleanno di The Road to Liberty, avvenuto lo scorso 31 agosto. Tuttavia i nostri lettori hanno una passione ed una fedeltà straordinaria, continuano a seguire questo piccolo blog anche quando silenzioso. Per questa ragione non vogliamo in alcun modo abbandonare il progetto, anzi, ci stiamo organizzando per rilanciare: noi siamo qui e continueremo a percorrere la nostra strada verso la libertà.

Proporremo nuovi brani che trattano di libertà da parte di tutti i nostri redattori e di contributor esterni, ai quali ci siamo sempre dimostrati aperti. Non solo, cogliamo l’occasione per invitare chiunque voglia far udire la propria voce nel panorama libertario a sentirsi libero di inviarci i propri pezzi ed a commentare quanto pubblicato sul blog.

Infine, oltre a continuare a proporre nuovi articoli e traduzioni su temi economici con la nostra visione austriaca procederemo alla riorganizzazione degli articoli già pubblicati su blog (oltre 170), che attualmente sono taggati in modo un po’ caotico, procedendo ad una nuova archiviazione ordinata per argomenti.


Un grazie a tutti per la pazienza.

Our liberty depends on the freedom of the press, and that cannot be limited without being lost. (Thomas Jefferson)

lunedì 29 luglio 2013

[Freebanking] Rigettiamo l’accusa di frode (seconda parte)

di George Selgin e Lawrence H. White (traduzione di Tommaso Cabrini)


È ugualmente inesatto storicamente il ragionamento di Block (1988, pp. 30-31) secondo il quale, poiché il possessore di una banconota emessa da una banca con una riserva del 20 percento avrebbe solo il 20 percento di possibilità di vedersi restituito il suo denaro in caso di una corsa agli sportelli, una banconota emessa da banca a riserva frazionaria è indistinguibile da un biglietto della lotteria, e sarebbe valutato al di sotto della pari se il pubblico avesse “pienamente digerito” le implicazioni dell’emissione a riserva frazionaria. E’ vero che una particolare banconota verrebbe valutata sotto la pari se gli attori del mercato fossero preoccupati di non essere in grado di riscattarla a causa di una imminente corsa agli sportelli. Ma questa banconota, sulla quale penderebbe un non trascurabile rischio di default, non continuerebbe a circolare, nemmeno a sconto. Verrebbe, infatti, immediatamente presentata per il riscatto, e quindi rimossa dalla circolazione. I marchi di banconote sopravvissuti sarebbero i soli per i quali ci si aspetta, nella pratica, che tutte le richieste di riscatto vengano soddisfatte (vedi Mises 1966, p. 445). Le banconote a riserva frazionaria emesse da banche degne di rispetto (e tali banche non furono storicamente rare) furono in grado di circolare diffusamente al valore nominale, poiché le altre banche e i clienti, giustamente, riconobbero che le probabilità di andare incontro a qualunque difficoltà nel rimborso delle banconote fosse incredibilmente piccola.

sabato 20 luglio 2013

[Freebanking] Rigettiamo l’accusa di frode (prima parte)

di George Selgin e Lawrence H. White (traduzione di Tommaso Cabrini)
[Il seguente articolo è un estratto del paper "In Defense of Fiduciary Media-or, We are Not Devo(lutionists), We are Misesians!" - The Review of Austrian Economics Vol. 9, No. 2 (1996): 83-107 ISSN 0889-3047]

Rothbard (1962, 1983b, 1990, 1995) a lungo sostenne che la riserva frazionaria è intrinsecamente fraudolenta, e Hoppe segue Rothbard lungo questo sfortunato vicolo cieco. Noi troviamo che la posizione della intrinseca-frode sia impossibile da riconciliare con la stessa teoria di Rothbard (1983a, pp. 133-48) del trasferimento di titoli tramite contratto, che noi accettiamo, e alla quale Rothbard si appella per difendere la libertà, da parte di individui consenzienti, di impegnare volontariamente la loro proprietà (di cui sono giustamente in possesso). Rothbard (1983a, p. 142) definisce la frode come “l’incapacità di rispettare un accordo volontario riguardante il trasferimento di proprietà” [1] Gli accordi relativi alla riserva frazionaria non possono quindi essere intrinsecamente o inevitabilmente fraudolenti. Il fatto che una particolare banca stia commettendo una frode detenendo una riserva frazionaria dipende dai termini dell’accordo di trasferimento dei titoli tra la banca e i suoi clienti.

Rothbard (1983a, p. 142) ne “L’etica della libertà” da due esempi di frode, entrambi coinvolgono lampanti rappresentazioni fuorvianti (in una, A vende a B un pacco il quale A dice contenere una radio, ed invece contiene solamente un cumulo di rottami metallici). Rothbard conclude che “se l’oggetto non è come lo descrive il venditore, allora ha avuto luogo una frode e quindi un furto implicito”. La conseguente applicazione di questa visione all’attività bancaria dimostrerà che il comportamento di una banca che detiene riserve frazionarie è fraudolento se, e solo se, la stessa banca si presenta come se detenesse una riserva intera, o se il contratto con i clienti prevede espressamente l’accantonamento di una riserva intera. [2] Se una banca non si presenta come tale o non si obbliga espressamente a detenere una riserva intera, allora la riserva frazionaria non viola l’accordo tra la banca e i suoi clienti (White 1989, pp. 156-57). (Nella pratica, l’incapacità di soddisfare la richiesta di rimborso, che la banca è obbligata contrattualmente a soddisfare, costituisce violazione dell’accordo). Mettere fuorilegge i contratti volontari che permettono la detenzione di riserve frazionarie rappresenta quindi un intervento nel mercato, una restrizione della libertà contrattuale, che è una parte essenziale dei diritti della proprietà privata.

lunedì 8 luglio 2013

Free Banking and Contract Law


di Ludwig von Mises (traduzione di Tommaso Cabrini)

[Questo articolo è un estratto dal capitolo 17 di Human Action: The Scholar's Edition]
 
L’atteggiamento dei governi europei e dei loro Stati satelliti, in merito al settore bancario, è stato poco sincero e mendace fin dall’inizio. La falsa premura per il welfare nazionale, per il pubblico in generale, e per le povere masse ignoranti in particolare è stata una semplice cortina di fumo. I governi volevano inflazione ed espansione creditizia, volevano boom economico e denaro facile. Quegli americani che per due volte riuscirono ad eliminare la banca centrale erano ben consci dei pericoli di tali istituzioni; il solo peccato è che non riuscirono a vedere che il male che avevano combattuto si presentava in ogni interferenza governativa nell’attività bancaria. Oggigiorno anche lo statalista più bigotto non può negare che tutti i presunti mali del free banking sono ben poca cosa al confronto dei disastrosi effetti delle tremende inflazioni che ci hanno portato le banche privilegiate e controllate dallo Stato.

mercoledì 19 giugno 2013

Lo Stato e la riserva intera


di George Selgin (traduzione di Tommaso Cabrini)

I sostenitori del free banking stanno sostenendo una guerra su due fronti. Su uno affrontano i campioni del central banking e della manipolazione del denaro. Sull’altro combattono contro gli avvocati della riserva bancaria intera. Sebbene il secondo fronte sia molto più piccolo del primo, è ben lungi dall’essere trascurabile, in parte perché qui la battaglia sta venendo combattuta contro persone che per lo più sono a favore del libero mercato, che ci si potrebbe aspettare si uniscano alla nostra causa, invece di opporvisi.

Si oppongono per svariate ragioni, una delle quali è la loro convinzione che, in una situazione di autentico libero mercato, il sistema a riserva frazionaria non sopravvivrebbe. Invece, insistono, prevarrebbero le banche a riserva intera. Secondo loro, ciò che queste ultime non hanno è l’assoluta necessità di un campo di gioco inclinato a loro favore come per le banche a riserva frazionaria, caratterizzato in particolare da garanzie implicite ed esplicite sui depositi, finanziate attraverso il prelievo su tutte le banche, e qualche volta tramite tassazione ed inflazione. In parole povere il sistema bancario a riserva frazionaria viene nutrito da sussidi statali.

I sostenitori del free banking hanno provato a rispondere a questa argomentazione facendo notare come la riserva frazionaria abbia prevalso sotto qualunque tipologia di regolamentazione, fin dai primi inizi dell’attività bancaria, senza escludere periodi che comprendevano una ridottissima regolazione, come quelli di Scozia, Canada e Svezia e che erano privi della seppur minima traccia di garanzie statali o qualunque altro tipo di sostentamento artificioso. Ma poiché alcuni sostenitori della riserva intera sembrano non essere smossi da questo approccio, seguirò un diverso percorso, che consiste nell’evidenziare che ogni significativa banca a riserva intera che la storia ricordi fu un’impresa sussidiata dallo Stato, che dipese per la sua stessa sopravvivenza da un connubbio di sussidi governativi diretti, patrocinio forzato o leggi che sopprimevano le istituzioni concorrenti (a riserva frazionaria). Eppure, malgrado gli speciali aiuti di cui hanno goduto, ed il loro solenne impegno ad astenersi dal prestare il denaro depositato presso di esse, tutte quante sono andate a finire male. Non solo, furono queste banche a riserva intera sussidiate dallo Stato, piuttosto che le loro controparti private e a riserva frazionaria, che furono i progenitori delle successive banche centrali, a cominciare dalla Bank of England.