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mercoledì 11 marzo 2015

Nessuna nuova dal fronte venezuelano

Di Tommaso Cabrini

Dopo la lunga carenza di carta igienica (oltre che di altri beni di prima necessità), pare che a Caracas si sia presa la decisione di schedare le impronte digitali di chi si reca nei supermarket, in modo da poter attuare meglio il razionamento deciso dal governo.

Il primo fatto impressionante è che un paese ricco di petrolio come il Venezuela sia ridotto letteralmente alla fame. Nessuno stupore per i lettori del nostro blog, d'altro canto come diceva Friedman se il socialismo governasse "il deserto del Sahara, entro quatto anni esaurirebbe la sabbia".
In fondo già quasi un secolo fa Ludwig von Mises ci ha descritto perchè un sistema socialista è inevitabilmente destinato, alla scarsità, alla povertà e, infine, al fallimento.

Secondo fatto, che sempre non stupirà nessuno: la mancanza di libertà economica conduce ad una minore libertà personale. In un sistema socialista, l'unico modo per far andare avanti ancora un po' la barchetta, con lo scafo pieno di buchi, è distruggere la libertà individuale, schedando tutta la popolazione con la (assurda) motivazione di razionare le risorse.

lunedì 8 luglio 2013

Free Banking and Contract Law


di Ludwig von Mises (traduzione di Tommaso Cabrini)

[Questo articolo è un estratto dal capitolo 17 di Human Action: The Scholar's Edition]
 
L’atteggiamento dei governi europei e dei loro Stati satelliti, in merito al settore bancario, è stato poco sincero e mendace fin dall’inizio. La falsa premura per il welfare nazionale, per il pubblico in generale, e per le povere masse ignoranti in particolare è stata una semplice cortina di fumo. I governi volevano inflazione ed espansione creditizia, volevano boom economico e denaro facile. Quegli americani che per due volte riuscirono ad eliminare la banca centrale erano ben consci dei pericoli di tali istituzioni; il solo peccato è che non riuscirono a vedere che il male che avevano combattuto si presentava in ogni interferenza governativa nell’attività bancaria. Oggigiorno anche lo statalista più bigotto non può negare che tutti i presunti mali del free banking sono ben poca cosa al confronto dei disastrosi effetti delle tremende inflazioni che ci hanno portato le banche privilegiate e controllate dallo Stato.

martedì 22 gennaio 2013

Le nostre colpe verso i Paesi Poveri



di Miki Biasi

L'uomo, per natura, deve compiere delle SCELTE e ogni scelta implica la rinuncia a qualcosa, cioè il COSTO di quella scelta. Se egli si accorge che la scelta fatta è errata, il costo si trasforma in un RIMPIANTO. Diversamente, quell'uomo sarà soddisfatto della propria scelta.
Nel nostro tempo, tuttavia, molti esseri umani pretendono di scegliere non solo per se stessi, ma anche per gli altri. Succede, così, che ogni scelta implichi sempre un rimpianto per qualcuno: costui può essere tanto chi non riesce a imporre le proprie scelte agli altri, quanto chi si vede imporre una scelta da parte di altri.

Qual è, oggi, il rimpianto per eccellenza?
Trattasi, ovviamente, del modo in cui, ciascun uomo, decide di spendere i propri guadagni: non sono pochi coloro che si lamentano quando spendiamo il nostro denaro in quelli che, ai loro occhi, appaiono frivolezze o bisogni "artificiali".
Cosa suggeriscono, allora, questi signori? Per cosa dovremmo utilizzare i nostri guadagni?

lunedì 31 dicembre 2012

Passiamo l'ultimo con Mises

di Damiano Mondini

L'elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove.Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un convinto e coerente difensore del liberalismo a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Di regola bisogna accontentarsi di scegliere il male minore
Ludwig von Mises, lettera ad Alfred Müller-Armarck, 14 novembre 1961

martedì 11 dicembre 2012

La secessione è un diritto?


Di David Gordon (traduzione di Tommaso Cabrini)
Grant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò, e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune dice. La secessione non è storicamente irrilevante, semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva a sua volta dai diritti difesi dal liberalismo classico. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico inizia con il principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali classici, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.
In questa visione lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario, questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso, e non rappresenta la fonte di tali diritti. Come scrive la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti: “per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati."
Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui allora gli individui possono interrompere la loro fedeltà verso lo Stato, ed una forma che questa interruzione può prendere è la secessione: un gruppo è in grado di rinunciare alla lealtà verso il proprio Stato e formarne uno nuovo. (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità su di essi.)

giovedì 15 novembre 2012

L'Europa che (non) ci piace

di Damiano Mondini

Il futuro e la soluzione si chiamano Europa.
Pierluigi Bersani

Mi ripropongo in questo breve scritto di avanzare alcune lapidarie riflessioni sull’Europa e su quanto le gravita attorno. Sulla scorta delle riflessioni dell’economista spagnolo di Scuola Austriaca Jesùs Huerta de Soto è possibile affermare due verità apparentemente contrastanti: da una parte, l’Euro pare configurarsi come la più concreta approssimazione allo standard aureo che gli austriaci si ripropongono di raggiungere come situazione ottimale; dall’altra, la gestione della politica monetaria dell’Eurozona da parte della Banca Centrale Europea e l’amministrazione burocratica dell’Unione rappresentano senz’altro un pericoloso ostacolo al risanamento dell’economia e al progredire della libertà. Insomma, risulta estremamente difficile dare un giudizio conclusivo e chiaro pro o contro l’Europa, la moneta unica e l’integrazione. Da un lato infatti si pongono gli europeisti più convinti, gli sbandieratori del “sogno” di un continente unito sotto il profilo economico e politico, “una preziosa eredità da lasciare alle future generazioni”; dall’altro, parimenti deprecabile è la tesi degli oppositori dell’Euro che vagheggiano di un ritorno alla sovranità monetaria degli Stati, ai quali venga concessa la possibilità di “uscire dalla crisi” stampando autonomamente moneta senza riserva alcuna.

sabato 6 ottobre 2012

Per un indipendentismo liberale e libertario

di Paolo Amighetti

Negli anni Novanta l'Italia fu scossa da due gravi terremoti che sconvolsero la scena politica: lo scandalo di Tangentopoli, che segnò la caduta fragorosa del sistema partitocratico della «prima repubblica», e l'avanzata, costante ed inarrestabile, del fenomeno leghista. 
Tra il 1989 e il 1994, tutti i nodi parevano ormai venuti al pettine: si dissolvevano sia l'ordine mondiale bipolare della guerra fredda, sia il sistema partitico italiano che aveva retto le sorti della repubblica per quasi cinquant'anni. Il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento dell'URSS decretavano la scomparsa del socialismo reale, e una moltitudine di nuovi Stati dichiarava la propria indipendenza da Mosca.

La Cecoslovacchia si scindeva pacificamente per fare spazio alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia; la stessa Jugoslavia, spossata dalle spinte centrifughe delle ex-repubbliche federative, crollava su se stessa e scivolava in una spirale di violenza. Tutti questi eventi impressionarono molto gli osservatori e gli studiosi, e Gianfranco Miglio in particolare: secondo il costituzionalista comasco, la fine della guerra fredda coincideva con una svolta ben più profonda e significativa, e cioè con il tramonto dello Stato moderno.

«Quello che è accaduto alla fine del secolo, il nostro '89, è paragonabile per portata ed importanza soltanto al 1789; [...] è un evento di portata storica eccezionale. Due sono gli sviluppi: c'è la caduta di una certa concezione dello Stato, [...] il crollo dei regimi comunisti ha significato la dissoluzione di una concezione dello Stato che era cominciata con la rivoluzione del 1789; l'altro sviluppo è legato alla fine dello Stato omogeneizzante, unitario, sovrano, eterno nel tempo, che ha il diritto di ridurre tutti all'omogeneità, perché questo concetto va in liquidazione. Ed ecco l'emergere dei particolarismi.» [1]

Ed ecco, cioè, l'emergere delle «piccole patrie» nell'Europa continentale e del regionalismo leghista nell'Italia settentrionale. Miglio riteneva che la fase «ad alta intensità politica» del dopoguerra, dominata dall'ideologia, si fosse ormai esaurita per lasciar spazio ad un'epoca in cui avrebbero prevalso i rapporti contrattuali tra privati e comunità ristrette; d'altronde la rivoluzione tecnologica, l'avvento dei computer, di internet e il processo di globalizzazione sembravano dare ragione a chi sosteneva che i confini, i decreti, insomma i vincoli di Stato fossero inadeguati ai tempi. Così il profesùr decise di appoggiare il movimento di Bossi, che sembrava deciso a riformare radicalmente il sistema. Peraltro la Lega, che era estranea al regime partitocratico, poteva trarre vantaggio dal disfacimento della «prima repubblica»; e non è un caso che Bossi abbia soffiato a lungo sul fuoco dell'indignazione popolare, e che in un primo tempo molti lo abbiano votato soprattutto per castigare i vecchi partiti di governo.

La Lega, movimento di protesta, propugnava una vera rivoluzione: nel clima tutto particolare dei primi anni Novanta, infatti, introdusse nel dibattito politico i temi del federalismo, condannando la redistribuzione della ricchezza; anche per questo strati sempre più consistenti della borghesia settentrionale davano il proprio consenso al movimento nordista. Dopo la rottura con Miglio e la prima esperienza di governo, terminata con il celebre «ribaltone», Bossi diede il via alla campagna per «l'indipendenza della Padania»: alle elezioni del 1996 il movimento si presentò quale alternativa ai due schieramenti di centrodestra e centrosinistra, conquistando il più alto numero di voti nella sua storia: 4.038.239. [2]

Alle parole e ai numeri non seguirono i fatti, e qualche anno dopo la Lega, abbandonata l'«avventura» separatista, tornava dalla parte di Berlusconi. Gli indipendentisti si trovarono dinanzi ad un bivio: rinnegare la secessione per seguire le manovre strategiche del capo, o abbandonare il movimento per cercar fortuna altrove?