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martedì 9 aprile 2013

Reddito di cittadinanza: il peggiore dei mali?


di Tommaso Cabrini



Penso sia corretto nei confronti dei lettori fare una piccola premessa a questo articolo, l'intento è provocatorio, finalizzato a dare un'ottica differente dell'argomento.



Ultimamente, in seguito alla proposta portata avanti dal Movimento 5 Stelle di istituzione di un reddito di cittadinanza si sono levate numerose voci contrarie. Pagare qualcuno per non fare nulla, a mio parere, oltre che dannoso è anche immorale; ma risulterebbe maggiormente dannoso rispetto al sistema di welfare ad oggi costruito? Mi spiego meglio, è preferibile dare una rete di servizi sussidiati dallo Stato, come accade oggi, o è più opportuno che lo Stato si limiti a supportare con un reddito gli indigenti eliminando qualunque altra forma di welfare?


martedì 4 settembre 2012

Quella libertà economica così individualista ed egoistica


di Miki Biasi

Ogni volta che qualcuno pronuncia in pubblico una frase a difesa della libertà economica e del sistema di libero mercato una delle obiezioni più immediate risulta essere questa:
 Ma troppa libertà economica non significherebbe esclusiva ricerca del profitto? Ciò non potrebbe che condurre gli uomini ad isolarsi sempre più, pensando solo a se stessi e al proprio giardino.

Coloro che formulano tali obiezioni ritengono che l’uomo non dovrebbe essere lasciato libero nello stabilire le relazioni con i propri simili, in quanto ciò ridurrebbe la società a meri individui capaci di pensare solo a se stessi ed incapaci di collaborare volontariamente con gli altri per il raggiungimento di fini comuni.
Proprio con il fine di evitare questa situazione poco gradita, sempre gli obiettori di cui sopra, sostengono che la soluzione consista nel far “muovere” gli uomini lungo le linee predeterminate dalla politica in modo da ottenere relazioni inter-individuali certe, benefiche e tipizzate (per quest’ultimo carattere dunque facili da tenere sotto controllo).
Ma cosa significa esattamente far “muovere” gli uomini lungo le linee predeterminate dalla politica?

Alternative educative: una storia Svizzera


Nella Rubrica Le Petite Prince

di Camilla Bruneri


Un parto difficile e un bambino che, con il tempo manifesta difficoltà nella parola e nel movimento. Questa è la storia di Elia, pubblicata su Vanity Fair della scorsa settimana. Il racconto a lieto fine di due genitori che hanno un bambino affetto da disprassia, una sindrome poco conosciuta in Italia. Si tratta di un disturbo della pianificazione dell'atto motorio che causa un deficit nel percorso di apprendimento e verbalizzazione. Chi ne soffre, pur essendo dotato di normale intelligenza, fatica a parlare, a usare un linguaggio adeguato al contesto, a mettere insieme gli elementi della realtà, e così diventa complicato anche correre, andare in bici, diventare autosufficienti.
Il protagonista di questa storia è Elia, un bambino che ora ha 5 anni e mezzo e che soffre di questo disturbo. I genitori, Natalia e Alessio Pizzicannella, raccontano a Vanity, di essersi trasferiti in Svizzera, a Locarno perché avevano capito che in Italia, il piccolo non sarebbe stato seguito seriamente dalle strutture pubbliche. Da settembre Elia andrà all'asilo, all'Istituto Sant'Eugenio, dove vengono seguiti anche bambini con disturbi del linguaggio e dell'apprendimento. Natalia e Alessio raccontano la sensazione di stupore provata per l'accoglienza ricevuta e l'aiuto e la disponibilità manifestati dall'Istituto e dal Supporto Pedagogico della città. Non solo: oltre alle cure (per via privata) ricevute in Italia, l’istituto svizzero ha anche consigliato alla famiglia di rivolgersi ad un osteopata craniale che, con due sole manipolazioni delle ossa craniche, ha permesso al bimbo di ricominciare a muoversi normalmente. Ora Elia sfreccia in bicicletta senza rotelle.