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venerdì 22 marzo 2013

Questione di priorità

di Tommaso Cabrini


Qualche tempo fa il Comune di Cremona è salito alla ribalta nazionale perchè ha portato allo stacco delle utenze (acqua, gas ed eletticità) di più di cento famiglie in difficoltà economiche, non essendo in grado di effettuare un esborso di circa centomila euro a loro sostegno.


Naturalmente non è nostra intenzione supportare un welfare spinto, tuttavia andando a vedere qualche risvolto successivo si comincia ad intuire perchè il Comune sia così in difficoltà, anche per un provvedimento molto sentito come il sostegno alle famiglie in difficoltà.

Lo stesso Comune ha, infatti, recentemente provveduto ad assumere 32 «precari» (tra i quali anche qualche dirigente, sia ben inteso). Tuttavia la Corte dei Conti non risulta dello stesso parere, ha infatti aperto un procedimento di infrazione (una volta tanto si sta attenti a come viene speso il denaro dei contribuenti). La magistratura contabile ha infatti definito l'azione comunale «un atto del tutto illegittimo e foriero di grandi esborsi per l'Ente» nonchè una «condotta caratterizzata da dolo». Il danno ad oggi è stato quantificato dalla medesima Corte dei Conti in circa 1.200.000 euro, ai quali si aggiungono altri potenziali 5 milioni di euro di danni da corrispondere ai lavoratori nel caso perdessero il posto.

La preoccupazione cittadina è tutta rivolta alla salvaguardia dei 32 dipendenti a rischio, perchè naturalmente non c'è nessuna correlazione con i continui innalzamenti di imposte, l'impossibiltà di agire a sostegno dei casi più gravi, gli sforamenti di patto di stabilità e, diciamola tutta, l'essere un Comune ad un passo dal dissesto; situazione della quale non si parla, nè sui quotidiani locali nè nei bar, ma tremendamente prossima: questione di priorità politiche.

venerdì 15 marzo 2013

Alle Falkland si vota. E in Lombardia?

di Paolo Amighetti

 

I cittadini delle isole Falkland si sono recati alle urne per decidere se restare legati a Londra o passare sotto la tutela di Buenos Aires. La scheda referendaria presentava la domanda:
«Desidera che le isole mantengano il loro status politico attuale, come territorio oltremare britannico?». L'esito della consultazione è stato reso noto martedì: il 99,8% dei votanti (l'affluenza è stata del 92% degli aventi diritto) ha ribadito il suo consenso alla sovranità della Corona britannica sulle isole. I cittadini, insomma, si sono rivelati una volta di più allergici alle unilaterali rivendicazioni argentine. Al di là del risultato, ad ogni modo, sono significativi due aspetti della faccenda: in primo luogo, questo referendum è stato indetto con l'intenzione di mettere la parola «fine» ad un contenzioso internazionale per risolvere il quale, negli anni Ottanta, si scelse di ricorrere alle armi. Ciò testimonia come la consultazione referendaria sia lo strumento migliore per sciogliere nodi difficoltosi, che turbano la vita politica anche per molti anni; che si sia passati dalle bombe sulle case alle croci sulle schede, inoltre, dimostra come in Occidente il ricorso alla violenza, almeno per impedire l'altrui autodeterminazione, sia sempre meno frequente.

sabato 9 marzo 2013

The Liberty Bell: recessione o secessione

di Paolo Amighetti
 
L'inverno volge al termine, la natura comincia a sciogliersi dalla morsa del freddo, gli alberi presto torneranno a fiorire. Ma sul versante politico imperversa ancora la bufera. Il febbraio decisivo delle elezioni ha tradito ogni aspettativa: tanto per cominciare le consultazioni non hanno decretato un risultato definito e definitivo, limitandosi a frazionare il voto in tre blocchi, di cui quello più sorridente è oggi il Movimento 5 Stelle. Non tanto per una questione di numeri, quanto perché ha rosicchiato voti di qua e di là, ed è l'unica forza politica in grado di dettare legge a tutte le altre. Dietro al duo Grillo-Casaleggio rumoreggia una folla di fedeli decisi a rivoluzionare la politica italiana. Seguono come pecore i loro pastori: e se Beppe dichiara che non tollererà opposizioni in Parlamento, e che spera che i cittadini diventino lo Stato, è lecito preoccuparsi. Il successo dei cinquestelle è fragoroso quanto il flop di FARE. Il movimento è stato azzoppato prima dalle imperdonabili gaffes del suo eccentrico leader, e poi dall'indifferenza dell'elettorato, certamente influenzato dalle lauree (inesistenti) e dal master (immaginario) esibiti da Oscar Giannino. Costretto dalla forza delle cose alle dimissioni, il giornalista torinese ha abbandonato la sua nave in gran tempesta, cosicché ora FARE sembra sull'orlo dello squagliamento.

lunedì 4 febbraio 2013

[SOSTIENI BASSANI] Cosa Jefferson può insegnare all'Italia

di Damiano Mondini

Si dice spesso che i grandi maestri del passato continuano a dare lezioni al presente, oltre  che ad insegnarci come immaginare il futuro. Sovente si tratta di esercizi retorici da ginnasio o da liceo, come quando si vagheggia dell’attualità dell’utopia platonica o della preveggenza di Karl Marx nei riguardi dell’inevitabile crollo del capitalismo. Ciò nondimeno, per alcuni pensatori questa massima risulta particolarmente calzante: Thomas Jefferson (1743-1826) è uno di questi; si potrebbe anzi azzardare che, per comprendere il panorama politico contemporaneo, e nella fattispecie quello italiano,  il virginiano sia un convitato imprescindibile. E’ questa la tesi di Luigi Marco Bassani, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano e candidato consigliere regionale in Lombardia nelle liste di FARE, studioso che a questa figura originale ha dedicato un’ampia bibliografia: in particolare, sia consentito citare Contro lo Stato nazionale. Federalismo e democrazia in Thomas Jefferson (Fenicottero, 1995), Dalla Rivoluzione alla guerra civile. Federalismo e Stato moderno in America 1776-1865 (Rubbettino, 2009) e Liberty, State and Union. The Political Theory of Thomas Jefferson (Mercer University Press, 2012).

venerdì 1 febbraio 2013

The Liberty Bell: che vinca il peggiore! O no?

di Paolo Amighetti

Questi sono i giorni «della merla». I più freddi dell'anno, secondo la tradizione e il termometro: raro caso in cui la scienza più moderna e il vecchio bagaglio delle credenze popolari vanno a braccetto. Purtroppo, non c'è che la politica a scaldare queste mattine invernali: le elezioni sono vicinissime, manca ormai pochissimo al 24-25 febbraio. Una due giorni rovente alla quale ci avviciniamo con un sacco di indifferenza ma anche, udite udite, con un pizzico di speranza. Non ci sono in ballo soltanto le Politiche, stavolta: in Lombardia si vota pure per le Regionali. Dunque, la posta è un po' più alta del solito. Digerito l'amaro boccone della bocciatura di Forza Evasori, speriamo che questa campagna elettorale scialba e monotona (l'ultima veramente avvincente, dopotutto, fu nel 1948: «Nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, e Stalin no!») si avvii alla conclusione, e che vinca il peggiore. Ce ne faremo una ragione, come sempre. Ma stavolta forse, ed ecco la ragione della scintilla d'entusiasmo, dopotutto c'è un «migliore», uno per la cui vittoria si possono incrociare le dita: si chiama Marco Bassani, è una delle punte di diamante del libertarismo italiano e si candida per le regionali in Lombardia nelle liste del movimento di Giannino, Fare per Fermare il Declino. Vi diremo perché abbiamo intenzione di sostenerlo, e vi inviteremo a farlo a vostra volta: in alternativa vi proporremo una sana astensione, per chi non volesse diventare ingranaggio della macchina democratica verso la quale, sia chiaro, siamo sempre diffidenti. Sullo sfondo, campeggiano le rivoluzioni regionaliste di cui vi parliamo ogni mese: quella scozzese, quella catalana e quella veneta. Votare Bassani vuol dire sostenere e far scoppiare, al più presto, quella lombarda: per questo il 24 e il 25 di questo mese potremmo pure evitare di turarci il naso.

sabato 19 gennaio 2013

Credere in Maroni?

di Damiano Mondini


La mia Lombardia vuole meno tasse per le imprese. La mia Lombardia da più lavoro ai giovani. La mia Lombardia taglia gli sprechi e crea più sviluppo. La Lombardia in testa”. Da settimane questo martellante spot pubblicitario assilla i frequentatori di YouTube. Si tratta dell’ultima – e chissà quanto efficace – trovata della campagna elettorale di Roberto Maroni, candidato della Lega Nord e del Popolo della Libertà alla Presidenza della Regione Lombardia. L’obiettivo è convincere gli elettori potenziali e i semplici simpatizzanti che la strada della Lega è l’unica percorribile per sciogliere il Nord dal giogo dello Stato centrale, da tempo esemplificato dalla nota immagine di “Roma Ladrona”. Dissoltasi la possibilità di tentare la scalata in Parlamento – poiché con ogni probabilità la prossima Camera sarà un’autentica débâcle per il Carroccio - , i vertici di via Bellerio hanno intelligentemente pensato di ripiegare al Nord, coll’obiettivo di fare il pieno in un bacino elettorale meglio predisposto. Lo slogan più efficace, da questo punto di vista, è senza ombra di dubbio il seguente: “Trattenere in Lombardia il 75% delle tasse pagate dai lombardi!”. Riecheggia per chi ha memoria il vecchio adagio "Paga somaro lombardo!" Un proposito apparentemente appetibile anche per gli indipendentisti più coerenti e radicali. Ma quant’è realmente credibile? E cosa si nasconde davvero dietro il simulacro della Lega Nord 2.0?

mercoledì 21 novembre 2012

Roversi: «Né di destra, né di sinistra. Siamo dalla parte dei lombardi»


In Veneto il tema dell'indipendenza è ormai all'ordine del giorno. Altrove, tutto è ancora molto confuso: la Lombardia, che pure deve pagare quasi per tutti, non sembra capace di convertire il suo disagio in una rivendicazione di autogoverno. Molti secessionisti non si decidono a scendere dal Carroccio perché danno fiducia a Maroni, o piuttosto perché convinti che ad Alberto da Giussano non ci sia alternativa. Sbagliano: c'è Pro Lombardia Indipendenza. Il movimento, nato nel settembre 2011, si propone di tenere alta la bandiera di san Giorgio, nella speranza di ammainare presto il tricolore. Ho fatto due chiacchiere con il portavoce Giovanni Roversi: l'intervista è riportata qui sotto. Postilla: mentre scrivo, il consigliere comunale di Pro Lombardia Giulio Mattu ha presentato a Roncadelle una mozione a sostegno dell'indipendenza catalana. Mattu incita il suo Comune a «attivarsi in tutte le sedi» per favorire il dialogo tra le istituzioni spagnole e catalane. La scelta di dare una mano ai popoli in cerca dell'indipendenza è eloquente: dimostra che gli uomini di Pro Lombardia non assistono inerti al cambiamento, ma cercano di esserne i protagonisti.    

Amighetti: Cominciamo con una precisazione: voi non siete leghisti. Però parole come «indipendenza» e «secessione» le abbiamo già sentite una volta, e nonostante i proclami e le dichiarazioni tutto si è risolto in una carnevalata sul Po. Perché i lombardi dopo una cantonata simile dovrebbero dare fiducia al vostro movimento, Pro Lombardia Indipendenza?
Roversi: Il partito citato si è detto portatore di molte, troppe istanze, ma nei fatti non concludendone nemmeno una. Siamo consci di questi fallimenti e delusioni, ma il messaggio che veicoliamo è troppo importante per fermarsi. Una delle nostre proposte è quella di far partecipare direttamente la popolazione per le decisioni che riguardano il proprio futuro, e non c’è nessuno in grado di fare gli interessi dei lombardi come loro stessi.



domenica 4 novembre 2012

Lombardi, che fare?

di Paolo Amighetti

All'epoca di Twitter e Facebook, idee e notizie fanno il giro del mondo in pochi secondi; a maggior ragione, nel piccolo mondo coraggioso dell'indipendentismo basta un articolo per accendere vivi dibattiti. In queste ore si sta discutendo attorno alla proposta di Paolo Luca Bernardini apparsa recentemente su L'Indipendenza: che i movimenti separatisti lombardi, come Pro Lombardia Indipendenza e Domà Nunch, formino compatti un cartello, «Indipendenza Lombarda», che prema per il referendum sui confini. La modalità sarebbe quella già sperimentata dai veneti: il raccoglimento di un numero adeguato di firme, da consegnare al presidente della regione perché il Pirellone prenda atto della questione dell'indipendenza.