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venerdì 6 marzo 2015

I fattori di produzione


Introduzione di Tommaso Cabrini

Richard von Strigl è stato uno dei più importanti economisti austriaci del periodo interbellico. Pur essendo pressochè sconosciuto in Italia, è stato un personaggio fondamentale nella storia economica viennese. Al suo funerare Friedrich Hayek disse: “con la sua morte scompare la figura nella quale le speranze di preservare la tradizione di Vienna, come centro di insegnamento economico e futura rinascita della ‘Scuola Austriaca’, sono state a lungo riposte.

Con un po’ di ricerca e di lavoro di traduzione vi propongo qualche capitolo del libro più influente di von Strigl “Kapital und Produktion”, un sapiente lavoro nel quale ha saputo coniugare la teoria della produzione di Eugen von Böhm-Bawerk con la teoria del ciclo economico di Ludwig von Mises.



venerdì 19 aprile 2013

Nota Politica del 19/04/2013 "La democrazia immobile"

 Il controsenso italiano

di Luigi Angotzi



Sono passati più di cinquanta giorni da quando gli elettori italiani sono stati chiamati alle urne per le elezioni politiche nazionali.
Non si è ancora arrivati al record storico del Governo Amato I , ben 82 giorni, ma poco ci manca, infatti il teatrino della politica la tirerà ancora per le lunghe visto il momento di particolare impasse istituzionale.
Inoltre ad allungare ulteriormente i tempi ci si metterà di mezzo anche l'elezione del Presidente della Repubblica, e questo significa che nemmeno per fine Aprile si avrà un nuovo esecutivo.

Appare quindi strano come sia possibile che gli elettori, ancora una volta, diano fiducia alla politica affinché questa risolva i problemi che essa stessa ha prodotto, un vero controsenso.

L’attuale classe politica si sente impunita e senza vergogna pensa esclusivamente a fare i propri interessi cercando il solo scopo di perdurare nel tempo.
Quotidianamente gli elettori assistono attoniti a questo spettacolo indecoroso, che vede nella politica e più in generale nel sistema Stato i principali protagonisti di questa tragedia nazionale a cui hanno dato il nome di crisi economica in modo da far ricadere le colpe su altri soggetti.

martedì 12 marzo 2013

Cattolici per il capitalismo (parte seconda)

di Damiano Mondini

Un capitalismo cattolico: prospettive di studio
I primi a rilevare incongruenze nella ricostruzione weberiana furono gli storici; essi si limitarono a constatare un dato, di per se ovvio ma fondamentale, noto allo stesso Weber ma da questi stranamente reputato secondario: ovverossia che forme di capitalismo mercantile si erano sviluppate nelle città libere italiane già nel Tardo Medioevo, ed erano attecchite anche in altre aree tipicamente cattoliche come il Belgio e la Bassa Renania. E tutto ciò ben prima  che Lutero affiggesse le sue 95 Tesi sulla Cattedrale di Wittemberg. Come ha scritto Luciano Pellicani, riprendendo uno spunto del grande sociologo francese Raymond Boudon:
sia il capitalismo che lo spirito capitalistico precedono, e di secoli, la Riforma. Basterebbe ciò per invalidare la complessa costruzione weberiana, dal momento che un fenomeno non può essere assunto come una delle cause di un altro fenomeno se questo è successivo.

Weber non solo aveva rischiato di cadere nella banalità per cui post hoc ergo propter hoc – prima era venuta la Riforma poi il capitalismo industriale, dunque la prima aveva causato il secondo. Aveva finanche falsato i termini del sillogismo: un evento successivo non può dirsi causa di un fenomeno ad esso precedente. E non si pensi che il capitalismo pre-Riforma fosse una realtà minoritaria e di scarsa importanza, come sembra volerlo considerare il sociologo tedesco: basti pensare alla straordinaria importanza dei Fugger ad Augusta e di Jacques Coeur in Francia. Furono figure imprenditoriali notevoli, che con i loro investimenti di capitali contribuirono a mettere in crisi i monopoli feudali legati alle regolamentazione delle arti e dei mestieri. Nel pieno solco della tradizione cattolica essi superarono il pregiudizio medievale legato alla nota sentenza di Girolamo, il quale con tali parole si era riferito alla figura del mercante: homo mercator vix aut numquam potest Deo placere.

domenica 10 marzo 2013

Cattolici per il capitalismo (parte prima)

di Damiano Mondini

E’ un luogo comune diffuso quello secondo il quale il pensiero cristiano – e segnatamente quello cattolico – dovrebbe porsi inevitabilmente in contrasto con l’economia di mercato, e per il quale d’altro canto il messaggio evangelico presenterebbe numerosi punti di contatto con le sollecitazioni socialiste. I riferimenti in questi senso sono molteplici, essendosi ormai accumulati due secoli di interpretazioni gauchistes del Vangelo: da Le nouveau christianisme del conte di Saint-Simon (1825), alle esperienze dei “Cristiani per il socialismo” e della “Teologia della Liberazione” nel Sud America degli anni Settanta, alle figure del cattolicesimo democratico italiano – basti menzionare Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani. Fautori e detrattori del capitalismo di mercato sembrano ormai concordare su di un punto, ovverossia che “il Vangelo è socialista” : il buon cristiano dovrebbe dunque guardare con sospetto ai “gran sabba degli istinti capitalistici” e propendere per una loro ferrea regolamentazione in chiave redistributiva e solidaristica; d’altra parte, i sostenitori del libero mercato e della libera iniziativa privata dovrebbero fuggire le superstizioni religiose del cristianesimo, considerandole l’ennesima riproposizione del ben noto e odiato spirito anticapitalistico. Ciò premesso, ci riproponiamo in questa sede di avanzare delle critiche a questi leit motiv – osservazioni che naturalmente non pretendono di essere definitive, né tanto meno di esaurire un dibattito accesso e tutt’altro che concluso a livello accademico. Saranno sufficienti alcune evidenze fattuali, cui accenniamo ora e che andremo poi a sviluppare, a far sospettare che dietro la semplice impostazione suddetta vi siano quanto meno delle linee di faglia.

giovedì 15 novembre 2012

L'Europa che (non) ci piace

di Damiano Mondini

Il futuro e la soluzione si chiamano Europa.
Pierluigi Bersani

Mi ripropongo in questo breve scritto di avanzare alcune lapidarie riflessioni sull’Europa e su quanto le gravita attorno. Sulla scorta delle riflessioni dell’economista spagnolo di Scuola Austriaca Jesùs Huerta de Soto è possibile affermare due verità apparentemente contrastanti: da una parte, l’Euro pare configurarsi come la più concreta approssimazione allo standard aureo che gli austriaci si ripropongono di raggiungere come situazione ottimale; dall’altra, la gestione della politica monetaria dell’Eurozona da parte della Banca Centrale Europea e l’amministrazione burocratica dell’Unione rappresentano senz’altro un pericoloso ostacolo al risanamento dell’economia e al progredire della libertà. Insomma, risulta estremamente difficile dare un giudizio conclusivo e chiaro pro o contro l’Europa, la moneta unica e l’integrazione. Da un lato infatti si pongono gli europeisti più convinti, gli sbandieratori del “sogno” di un continente unito sotto il profilo economico e politico, “una preziosa eredità da lasciare alle future generazioni”; dall’altro, parimenti deprecabile è la tesi degli oppositori dell’Euro che vagheggiano di un ritorno alla sovranità monetaria degli Stati, ai quali venga concessa la possibilità di “uscire dalla crisi” stampando autonomamente moneta senza riserva alcuna.

lunedì 15 ottobre 2012

Gallio: prove di «contro-risorgimento» (parte seconda)

di Damiano Mondini
Ante meridiem. La mattinata è stata un sostanziale tour de force nel mondo libertario e indipendentista, una realtà grondante di fascino. Con tre compagni di viaggio d’eccellenza, i prufesùr Carlo Lottieri, Luigi Marco Bassani e Alessandro Vitale. Conclude un intervento, ad avviso di chi scrive, deludente e fuori luogo di Oscar Giannino. Sale l’aspettativa per la sessione pomeridiana.
Post meridiem. Alla “tavola rotonda” pomeridiana siedono cinque professori universitari degni della miglior nota: il già citato Lottieri dell’Università di Siena, Daniele Velo Delbrenta dell’Università di Verona, Alberto Berardi dell’Università di Padova, Andrea Favaro dello Studium Generale Marcianum di Venezia e Paolo Bernardini dell’Università dell’Insubria di Como. Il simposio si ripropone di riflettere sui temi dell’indipendenza – del resto, la pietra d’angolo della giornata -, della Costituzione, dello Stato, del diritto e della libertà. Un obiettivo dunque ambizioso, ma che nondimeno è stato indubbiamente raggiunto, superando persino le aspettative dell’uditorio.


venerdì 5 ottobre 2012

F.A. Hayek: via della schiavitù e via della libertà


di Damiano Mondini


Credo che, dopo un po' di socialismo, la gente riconosca generalmente che è preferibile, per il proprio benessere e relativo status, dipendere dall'esito del gioco del mercato piuttosto che dalla volontà di un superiore al quale si sia assegnati d'autorità.
Friedrich von Hayek

Il socialismo: la via della schiavitù
Nel suo testo divulgativo più importante, The Road to Serfdom (1944), il filosofo ed economista austriaco Friedrich August von Hayek (1899-1992) analizza nel dettaglio il modo in cui il mondo contemporaneo si sta muovendo inesorabilmente verso quella che egli definisce la "via della schiavitù", di cui i totalitarismi, le guerre e le deportazioni di massa sono le manifestazioni più evidenti. La tesi sostenuta nel corso del testo è che la matrice comune dei regimi totalitari, che hanno condotto il mondo sul baratro del secondo conflitto mondiale, vada ricercata nel pensiero socialista. Il socialismo, infatti, se da un lato si ammanta di aneliti di giustizia, libertà e uguaglianza, dall'altro si rivela nel profondo intrinsecamente liberticida. Come Hayek sottolinea, esso nacque tirannico, e fu solo nel corso del XIX secolo che si contaminò di ideali democratici che tuttavia non ne snaturarono la recondita natura dittatoriale, che del resto le varie forme di "socialismo reale" non hanno mancato di far riaffiorare. Che il socialismo, l'ideale egualitario sorto formalmente a difesa dei diritti dei più deboli e per la risoluzione della "questione sociale", fosse fin dall'inizio di natura illiberale, può apparire una tesi forte: tuttavia, essa viene affermata con forza da Hayek.
Oggi di rado ci si rammenta che il socialismo, ai suoi inizi, fu chiaramente autoritario. Gli scrittori francesi che posero le basi del socialismo moderno non avevano alcun dubbio che le loro idee potevano venir messe in pratica soltanto da un forte governo dittatoriale. Per loro, il socialismo significava un tentativo di "portare a termine la rivoluzione" per mezzo di una intenzionale riorganizzazione della società progettata su basi gerarchiche e ad opera dell'imposizione di un "potere spirituale" coercitivo. Per quel che concerneva la libertà, i fondatori del socialismo non nascosero affatto le loro intenzioni. Essi vedevano nella libertà di pensiero il peccato originale della società del diciannovesimo secolo; e il primo dei moderni pianificatori, Saint- Simon, annunciava addirittura che quanti non avessero ubbidito ai comitati per la pianificazione da lui proposti sarebbero stati "trattati come bestiame".

martedì 2 ottobre 2012

Liberalismo e socialismo: libertà e schiavitù

di Damiano Mondini
E’ sufficiente avere un minimo di dimestichezza con il pensiero socialista – nelle sue varie e variopinte manifestazioni – per accorgersi di quanto quelle posizioni che osteggiano la società libera e aperta derivino in ultima istanza da determinati assunti epistemologici. L’illusione di trasformare la società in un mondo più giusto ed equo, rivoluzionandola dalle fondamenta nel tentativo di pervenire ad una “giustizia sociale”, si fonda senz’altro su una tragica incomprensione dei capisaldi della civiltà stessa. Ne consegue, come la storia non ha mancato di testimoniare, che le diverse realizzazioni dell’utopia socialista e del suo sogno di uguaglianza siano destinate a tradursi in un incubi drammatici per le sorti dello stesso mondo civilizzato. Nondimeno, il socialismo ha potuto prosperare sfruttando un apparente difetto dell’impianto teorico del liberalismo: il suo essere inevitabilmente asintotico, la sua impossibilità di delineare un modello definitivo da porre in essere, oltre che delle valide strategie per concretizzarlo [1]. Il pensiero liberale, quello autentico, non ha mai sognato di compiere un rivolgimento dell’ordine sociale, coll’obiettivo di pervenire ad una situazione di perfetto equilibrio stazionario. I liberali, quelli veri, non hanno mai promesso di realizzare un Paradiso terrestre, un Eden di pace, uguaglianza, fraternità, solidarietà e giustizia sociale. Invero, non hanno mai promesso null’altro che di rendere gli individui più liberi, autonomi, indipendenti e padroni di se stessi. Da ciò deriva la nota accusa di “formalismo” rivolta loro dagli intellettuali socialisti, i quali invece prospettano di rendere l’uguaglianza fra gli uomini sostanziale, dunque non solo civile e giuridica, ma anche economica e sociale. Nelle deliziose fantasie Noise from Tea Party, dei socialisti la società perfetta – immancabilmente quella sognata dalla medesima intellighenzia socialista – è dipinta coi colori dell’armonia, della cooperazione fra uomini, dell’amore fraterno, della vita comunitaria, dell’umanitarismo, dell’altruismo e dell’assenza di disparità socio-economiche. E’ difficile resistere all’inebriante progetto prospettato dal socialismo, che infatti ha ammaliato  generazioni di lavoratori, intellettuali, artisti, personaggi noti e uomini della strada. Quasi nessuno ha avuto una forza d’animo tale da non cadere nella tentazione socialista, e questo grazie anche alla propaganda intellettuale che l’ha spalleggiata. La dicotomia fra liberali e socialisti viene infatti sovente prospettata in questi termini: i primi, più elitari, lottarono per il raggiungimento di una eguaglianza puramente formale fra gli individui, per una libertà intesa soltanto ex negativo come assenza di coercizione; i secondi, nascendo dal cuore delle masse, hanno invece preteso di sostanziare l’eguaglianza abolendo le distinzioni economiche frutto di perverse storture sociali, implementando così una libertà positiva che consenta a ciascuno di vivere una vita dignitosa [2].

lunedì 3 settembre 2012

Why I am not a neo-conservative

di Damiano Mondini



Gli americani saranno all’altezza del compito di mantenere la supremazia statunitense e di fare uno sforzo continuo per plasmare l’ambiente internazionale? Sì, se i leader politici americani avranno l’intelligenza e la volontà politica per fare ciò che è necessario. […] Mantenere la supremazia americana non vale forse un aumento della spesa della difesa, dal 3 al 3,5% del Pil?


Così scrivevano Robert Kagan e William Kristol in Present Danger, un articolo apparso sulla rivista americana The National Interest nella primavera del 2000. Nell’articolo i due illustravano nel dettaglio la loro opinione intorno al ruolo strategico internazionale degli Stati Uniti d’America. Quello scritto incarnava altresì l’essenza della matrice ideologica da cui provenivano gli autori, vale a dire il neoconservatism. Ed eccoci giunti al perché di una citazione apparentemente inusuale per il nostro blog. Il pensiero neo-con rappresenta infatti uno dei nemici principali e più agguerriti del limpido libertarismo che andiamo difendendo; e la miglior strategia difensiva, almeno in questo caso, consiste innanzitutto nel comprendere la forma mentis dell’avversario: per evitare di cadere nelle sue trappole e soprattutto per tentare di contrastarlo. Invero, fino a qualche tempo fa ero persuaso che le reali insidie per gli ideali liberali fossero il socialismo da una parte e il left-liberalism dall’altra; non ritenevo così cogenti le minacce e il fuoco amico di certi ambienti conservatori. D’altronde, mi sono sempre considerato più attiguo ad un tradizionale conservatorismo che non al progressismo politically correct dei liberals americani e dell’intellighenzia perbenista europea.